Sebastiano A. Patanè

 

(a sud dei rosmarini)

sole silenzioso

centomila anni stanchi nel cuore di farina

gong d’oltre terra tanto vicina al cielo

che spacca la zolla in tre e poi in cinque

senza riguardo sole silenzioso senza pelle

col seme caduto sull’irrisolta fecondità

di una poesia che certo non sa d’amare

parla sorda scure imprevedibile

della poetessa di Foligno colpisci pure

le parole conservate dalle ambre

a sud dei rosmarini, dove il silenzio

chiacchera col nulla dell’ombra di una mano

che appena sfiora il fucsia d’un passato

proprio accanto alle radici

senza pioggia non può esserci colore

in una sera così lontana da quest’istante fermo

tra le dita e la carezza immobile a mezz’anima

nell’aria ridotta ad unico respiro

ah ridicola speranza del principio

che vuole il cuore prima della mente

senza passare attraverso le betulle

*

le calme d’agosto

come facevo a capire dove fosse la luna, quale la finestra

lungo l’elusiva rappresentazione delle calme d’agosto

quando si raccolgono per difetto le intensità circolari

fra la bocca  il seno e la distanza

e se mi abbandonassi

scivolando col sudore delle mani nelle polveriere delle vene

al fluire congiunto sovrapposto all’illusione che di noi fa solo

un fiume non descritto

mancherebbe certamente la misura che ci lascia distinguibili

tracce di corpi senza petali un’alfa senza seguito

di limiti presunti e mai sistemi per quanto estemporanei

sull’obliquo ascendere dei sensi

ma un movimento impercettibile di  labbra riporta i picchi

e le cadute spazzando

il fermoimmagine  -vedi il desiderio-  dalle inferriate

 

 

*

Novantadue parole

stasera gli ulivi non riflettono l’argento

voglio pensare che non ci sia luna

che giù nel cortile il passo è corto per davvero

e tu non canti questa sera

guarda le pieghe di quest’aria

sembra muoversi da sola senza voce

dall’intonaco alla gonna stilla del mio tempo

è bello ascoltare il respiro stringersi alle dita

con te che gli ulivi vorrebbero al posto della luna

canta allora quelle antiche litanie

che sanno di zolfo e nocepesca

(è tutto dentro gli occhi ramemare)

io sono qui sto raccogliendo il miele

in novantadue parole

 

***

Brevi considerazioni:

la vera poesia quando viene al mondo non conosce direzione precisa. Lo sa bene Sebastiano che ama le parole così come le parole amano lui. In un periodo storico così delicato che ci vuole cervelli in fuga o lavoratori a tentoni, scrivere denota non solo grande coraggio ma anzitutto immaginazione cronica. La costante ricerca del dire con pathos sembra alla base della poesia del Patanè che tanto si diletta a curare la scenografia dei suoi discorsi con atmosfere assai fascinose che si traducono in versi fluidi e all’apparenza spontanei. Come il silenzio che inaugura la scena di  A sud dei rosmarini, pare quasi vederli quei centomila anni stanchi trascinarsi col bastone, inciampare in barbe lunghissime, come se a dare un tempo fosse meno impossibile la fatica che vuole farina a frantumare il cuore. Nella lettura incessante di questo testo mi sono lasciata innamorare da un passaggio in particolare:

della poetessa di Foligno colpisci pure

le parole conservate dalle ambre

a sud dei rosmarini

 

in quanto la poetessa in questione poteva essere di Ostuni, tanto di Merano o di Siena; è che poi la bellezza degli incroci sta soprattutto nell’osmosi,  in una voce che incontra un’altra e si fonde magicamente. La poesia è magia: sì, lo credo fortemente. I confini diventano inconsistenti ed io e il tu, non sono che città disabitate, ere rivitalizzate, modelli persi, musica, amore ed anche un po’ morte. Fino alla chiusa decisamente magistrale:

ah ridicola speranza del principio

che vuole il cuore prima della mente

senza passare attraverso le betulle

quanta intimità si respira fra i versi, eppure la forma così come il contenuto non ricorda risultati diaristici, anzi, l’autore con la sua bravura riesce a cucire indumenti caldi e accoglienti con taglie piuttosto modellabili. I sussurri avvicinano il lettore, suonano le note del fado fino a quelle più profondamente siciliane, così uno spirito che non si può spiegare ma percepire con tocchi impercettibili arriva a cantare la sofferenza, l’inesorabile distacco, la partenza, la tristezza del destino inteso come qualcosa che ci domina e da cui non possiamo fuggire: il giogo dell’anima, la supremazia del cuore sull’intelletto, circostanze che ci conducono alla disperazione.

Ma il fado è non solo amore ma anche gelosia, peccato, desiderio incontrollabile, abbandono dei sensi, farsi prendere dalla smania di provare l’intensità del lascito dei freni, è come un tango. Un ballo improvvisato perché veicolato dal proprio sentire, è probabilmente solo un sogno quello che agita le Calme d’agosto:

 

e se mi abbandonassi

scivolando col sudore delle mani nelle polveriere delle vene

al fluire congiunto sovrapposto all’illusione che di noi fa solo

un fiume non descritto 

prospettive che mutano in base alle sensazioni che ci prendono in certe sere, certi notti in cui le frequenze cardiache accelerano avvenimenti inverosimili o forse solo quello che potrebbe essere. Volere, ottenere, fondersi è un continuo crescendo questa marcia di avvicinamento che fa dell’ incontro fatale un’alchimia di affanni, vibrazioni, piaceri, perché l’amore così come lo descrive Neruda: è un combattimento di lampi/e due corpi da un solo miele; ma anche vertigine che amplifica ogni impressione, ogni immagine, ogni contatto proveniente dalla persona amata fino a far vacillare ogni altra realtà intorno a noi.

Per Wordsworth la fantasia è il tocco di colore che il poeta associa nel processo creativo all’emozione. La poesia é l’istintivo fluire di sentimenti potenti che però non vanno colti estemporaneamente nella loro esplicita veemenza, ma vengono riciclati nella flemma del proprio guscio domestico quando l’emozione cede il posto ad una gioia più calma che è nel genio della lirica. Novantadue parole è puro romanticismo, condito da sapienti pause che nobilitano il pathos: stasera gli ulivi non riflettono l’argento/voglio pensare che non ci sia luna/che giù nel cortile il passo è corto per davvero/e tu non canti questa sera, si intuisce un’imprescindibile connubio fra l’autore e l’ambiente circostante: è bello ascoltare il respiro stringersi alle dita /con te che gli ulivi vorrebbero al posto della luna, e così la poesia diviene scrittura  del corpo e della passione e l’impatto emotivo è davvero sorprendente.

Se è vero che il linguaggio del poeta è oggettivamente intransitivo, poiché si autoriflette sulla personalità di chi lo compone e che la realtà interessa il cosmo intrinseco del poeta, il quale trasfigura artisticamente, ricreandolo, il proprio tessuto interiore di sentimenti, idee ed emozioni,  è soprattutto la sua incapacità di chiarire razionalmente le cose che lascia al lettore un territorio di mistero, un fondo in grado di agitare ambiguità e tortuosità ma anche irresistibile seduzione.

f.c.

Bio:

 1415778_10202465407106742_751155355_nSebastiano A. Patanè Ferro nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading.

Nel Giugno 2013, il suo esordio con la raccolta di poesie “gli angoli (aprono i loro acuti per ingoiarci)” datate 2010, introdotte da Anila Resuli, per conto della Smasher Edizioni di Carmen Giulia Fasolo

Attualmente, sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Il giardino dei poeti, Larosainpiù, Cartiglio d’ombra e Neobar. Diversi gli articoli su Word Social Forum.

Gestisce due blog di poesia contemporanea: “Le vie poetiche” e “La casa senza tempo”, oltre ai suoi blog personali quali “La cava della parola” e “Sciaranera”

4 pensieri riguardo “Sebastiano A. Patanè

  1. La lettura di queste poesie mi lascia piacevolmente in attesa di rivelazione di ciò che è, potrebbe essere, sarà. Mi lascia ferma ad annusare gli odori, i profumi, a voltare lo sguardo verso angoli nascosti, a intuire la passione dolce e rovente. Un verso di morbida consistenza, sorretto dalle basi granitiche di un sentire affilato e a suo modo romantico che mi affascina. Complimenti al caro amico Sebastiano e a Francesca per l’acuta disamina.

  2. Sebastiano A. Patanè-Ferro Fra, mi hai profondamente commosso. Sei entrata in me poeta e uomo come nessun’altro e questo mi lascia fortemente toccato dalla tua sensibilità di donna poeta potente quale sei. certo ci conosciamo bene attraverso i tanti duetti scritti insieme e tutto il resto della nostra convivenza nei vari forum di poesia, ma qui, mia dolce francesca, hai varcato profondamente il confine e ti sei addentrata nelle mia poesia “intima”, e solo tu eri in grado di farlo con tanta passione. Grazie Fra, te voglio bbene assaje!
    Adesso sono a Piacenza, ma appena ritorno risponderò come si deve alla tua disamina.
    Ti abbraccio forte
    Grazie anche a Federica per le sue belle e, lo so, sincere parole.

    1. e mi commuovi in questo feedback “a caldo”. Sai bene che i tempi di attesa sono stati piuttosto lunghi, in quanto ogni parola, ogni commento mi sembrava abusato, comune e così ho aspettato il diradarsi di quelle antenne che molto spesso hanno unito il nostro sentire, cercando di essere più di parte possibile, cosa piuttosto difficile, visto che letteralmente adoro il tuo scrivere perchè anche un po’ mio… Affetto ricambiato a mille!

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