Fiorella D’Errico

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(ai sopravvissuti)

Quando vedo la morte
nel quadrato domestico
come Orlando folle di mancanza
al senno preferisco il volo mistico
la dimenticanza

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*

Viene la mano del mare

ci scoperchia il fondo.

E libertà è una parola così amara

da stupire, da morire dentro

per averla intera.

Non a scaglie

volate via dalle piaghe della pelle

dalle schegge delle mine, delle bombe

non abbacinanti lame di sole nero

Ma tutta, stesa, lunga,

da farci l’amore nel perdono

– lunga, di sonno e di abbandono –

come un cuneo nel petto.

.

*

[se non siamo isole

forse faremo terra disunita

ci legheremo corda a corda

per le sponde in cerchio]

Porterà consigli la notte

anche ai folli insonni

sulla costa sfrangiata che la nave

fortunosa tocca

– una faglia –

casa spaccata, voce dal pozzo

Sempre sotto con speranza.

.

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.

*

dove l’aria non è più la stessa

come ombre sul ciglio del dirupo

tra il chiarore e un fuoco che divori 

ogni triste ansia

Sai che non serve: è una chimera

il cieco volare delle notti, il mormorio nei fiumi

come da un deserto acceso

Hai varcato la pianura dei morti

Sapendo, hai segnato i perimetri

per non mancare il cerchio sacro

sei vivo

ma non ai tuoi occhi.

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Copyright Fiorella D’Errico

Breve analisi:

Il singolare esordio di Fiorella, con dedica ai sopravvissuti, induce inevitabilmente ad una serie di considerazioni che ruotano attorno a quella tipologia di morte che “vive” nel “quadrato domestico”, inteso, probabilmente, come fine dei sentimenti, delle alchimie, di quelle caratteristiche sensazioni che fanno di una casa un focolare, un nido ora non più nido che dir si voglia. Alla ragione, l’autrice preferisce il volo mistico, dimenticare, far finta di nulla, lasciarsi trasportare dall’oblio, di qui è indicativo poi il riferimento all’Orlando furioso, quindi un Orlando pazzo d’amore, fuori di senno ma, allo stesso tempo, richiama l’altro grande leit-motiv del poema: la guerra, con le sue contraddizioni, reazioni nonché conseguenze. Mi viene da pensare all’antinomia per eccellenza dei conflitti in nome della libertà, dove questo termine assume connotazioni davvero grottesche. Quando inizia l’arbitrio, se mai finisce e perché? Chi ne stabilisce i parametri, le idee, le evoluzioni, per amore di quale dio?

/e viene la mano dal mare/ dice l’autrice e si scoperchiano i fondi, come paure lasciate a marcire nel più profondo di noi, dove l’indipendenza si perde fra mine pronte ad esplodere, sotto un “sole nero” che non ammette perdono, lo stesso che invoca Fiorella nella chiusa che apre e dissangua il cuore nel dolore:

/Ma tutta, stesa, lunga,

da farci l’amore nel perdono

– lunga, di sonno e di abbandono –

come un cuneo nel petto./

Una poesia cupa e a tratti cruda quella della D’Errico che ci offre tre testi dalla visione alquanto pessimistica mediante una resa davvero intensa e oserei dire passionale. L’intimità aleggia fra i versi, quelle isole – non isole o più terra disunita presente nella seconda poesia crea un vuoto al centro, una faglia e la voce della speranza sembra provenire dagli abissi. Sfogliandola, a primo acchito, ha rievocato in me la tragedia della Concordia, dopo svariate letture –invece- è nata a poco a poco una seconda interpretazione, potrei definirla quasi una sorta di crepa dell’anima, ma poi si va /sempre sotto con speranza/ come afferma la stessa autrice e l’immersione ha quasi un sapore dolce, nell’impresa ardua del ritrovarsi.

Il terzo testo, a mio parere chiude egregiamente il cerchio riconnettendosi all’incipit: /dove l’aria non è più la stessa/ che si respirava fino ad un po’ di tempo fa, si agitano ombre-dubbi sul precipizio delle ragioni fin troppo ragionate. Quella morte non morte più dentro che fuori infervora ogni verso. Le chimere così diventano tristi presagi di ciò che non sarà, e le voci, le allucinazioni evocate dall’immagine del deserto “acceso” aprono –legittimamente- la porta ad una serie di domande: come può un’area vuota scaldarsi? E come si brucia ciò che è deserto? E i motivi che spingono verso tale scelta quali potrebbero essere?

/Varcare la pianura dei morti/ e segnarne i perimetri, in modo consapevole ed esistere ma non ai propri occhi, fa pensare  a quella sensazione che talune volte si prova quando avvertiamo di non esserci pienamente, così in versione avatar diamo segnali di vita, ci muoviamo fra la folla ma dentro, più dentro si narra un’altra storia. A questo punto è facile immedesimarsi.

La poesia di Fiorella sa raccontarsi, non è semplicistica né particolarmente machiavellica, ha una propria voce e non si esaurisce alla lettura, induce a riflessioni interessanti e scandaglia gli argomenti da angolazioni soggettive che possono essere osservate da molti. La sensibilità, la ricerca stilistica rendono le sue opere pregevoli ed un certo richiamo alla fede, al perdono, a tutta una serie di “valori” persi nel marasma di parole vuote di significato, di azioni perpetuate dalla fiera dei burattini ne fanno opera fascinosa da  gustare e “assorbire” ad un ritmo decisamente lento.

f. c.

Bio:

 Fiorella D’Errico vive a Roma. Le sue raccolte sono tutte edite nel suo blog personale (http://fiorelladerrico.blogspot.com). Poiché ama condividere la poesia con altri autori, gestisce anche un blog collettivo dove di volta in volta presenta le voci che maggiormente l’hanno colpita durante la navigazione in rete (http://fiorelladerrico.wordpress.com). E’ stata selezionata al Concorso Verba Agrestia del 2011 e sue poesie compaiono nell’antologica curata dalla Lieto Colle.

Ha pubblicato su vari blog letterari, fra cui: RaiNews24, VDBD-Viadellebelledonne, Blanc de ta nuque, Rebstein – La dimora del tempo sospeso, Poetarum Silva, Neobar, La Stanza di Nightingale, Poetry wawe-dream, Moltinpoesia.

7 pensieri riguardo “Fiorella D’Errico

  1. conosco bene la poesia di Fiorella, che amo molto.
    si, questi sono dei temi ricorrenti nei suoi versi, che hanno una propria voce ben distinta e che la caratterizzano come “poeta di pancia” poesia che nasce dal ventre, e che conosce linearità, profondità, giudizio e una anatomia chirurgica nei confronti della parola. Passi sempre in avanti, come noto felicemente.
    Bisognerebbe che abbia i giusti riconoscimenti, questa cara amica….
    Lo sa che dico questo, perché la conosco bene, e la sua poetica mi è sempre stata dentro, anche se non ci sentiamo più spesso..

    quoto come mia preferita, ad una prima lettura, questa:

    [se non siamo isole

    forse faremo terra disunita

    ci legheremo corda a corda

    per le sponde in cerchio

    grazie per la condivisione

    Antonio Bux

  2. Grazie, Francesca, sono contenta di essere nel tuo salotto e di questa tua lettura che avverto molto “partecipata” e che mi dà la gioia della condivisione, per me sempre in primo piano.
    Un abbraccio, e un saluto anche ad Antonio, gentile per le sue parole.

  3. ho amato da subito il primo testo per ricchezza di elementi e voce in poco “fiato”
    leggo la scrittura di Fiorella mutare passare passeggiare. Cerca una strada, ancora più profonda, un volo che parte “da dentro”, una musica intima e sensibile, aperta alla visione tutta

    grazie
    elina

  4. Conosco Fiorella da molto tempo e ogni volta che mi capita di leggerla sembra sempre essere alla “ricerca”. Che sia di se stessa, di ciò che la circonda o puramente dell’universo emozionale, lo fa sempre con uno stile unico e inconfondibile. Questa continua palingenesi della sua poesia non è sintomo di insicurezza tutt’altro e al lettore rimane sempre un senso di compiuto.

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