C’era una volta la poesia (parte II)

E poesia allora come mano aperta e le dita sono sempre cinque e le puoi toccare e vedere. Parole messe con logica sequenza e dicono ciò che vogliono dire, senza iperboli. Pensieri che non cercano più rifugio, non si vestono di strani similitudini ma frasi nate per essere riportate fluide, azzerando le correzioni. Così da qualche anno poesia è non dare spiegazioni, non riflettere quando scrivi, ma essere semplicemente affluente di un gran fiume e tutto prima o poi confluirà in qualcosa di grande che ti appartiene e contiene allo stesso tempo. Si scrive per una serie di ragioni: che sia sfogo o necessità, voglia di condividere o raccontare, gongolarsi nelle proprio ego o sperare in una vana eternità. Fra tutte le motivazioni che, al momento, vivono nella mia mente preferisco di gran lunga la necessità. Sì, credo sia a tutti gli effetti un bisogno quello di esternare emozioni e stati d’animo che mi rendono umana e viva, come quando il dolore avrebbe potuto spaccarmi in due o i troppi dubbi hanno incendiato ogni antro del mio cervello o quando amore ho conosciuto e mi ha sovrastato, salvato. Poesia oggi per me è guardare mia figlia crescere e accorgermi della magia di ogni attimo che non tornerà più. Poesia come miracolo e i suoi occhi, la mia cronologia.

Francesca Coppola

-reserved

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