Federica Volpe

Vorrei portarti a braccio

oggi all’amore, regalarti

le sue banalità – i “sempre”,

i “mai”, la tua bellezza

da me sempre detta ineguagliata-

ma dartele per mano

senza parlare, con i segreti

a fior di pelle che tu leggi

come il braille, la tua mano

su di me come il piede

di un Cristo sopra l’acqua

a imbere l’aria di mistero.

.

.

.

***

Poesia sei tu quando mi guardi

e i tuoi occhi si cambiano in effluvi

di stazione – stanno fermi eppure sono

mille storie da transitare senza incroci, come

i deserti – i tuoi occhi di sfinge che mi ridicono

i millenni come un attimo, e il tuo sguardo

che si muta in ciò che non contiene -e ti chiamo

.

Poesia -.

.

.

.

***

Chissà se le senti sul mio corpo

sparse le intemperie di un giorno

a venire, se le baci come le rovine

di un tempio non ancora eretto e già

più volte sparpagliato, o se non sai,

e mi ami come fossi lo splendore

di un Impero senza tempo, cartolina

senza ruga e calcinacci, una magia.

Bio:

Federica Volpe vive a Carate Brianza, grembo da cui è nata e da cui tenta la rinascita quasi ogni giorno. Vi giace come cosa senza peso, cullata dai respiri delle esistenze silenziose che le parlano. Questi dialoghi senza nome li chiama “poesia”. Di ogni cosa che ha scritto sente l’insoddisfazione che sgorga dalla non corrispondenza del canto che solo sa ascoltare e non riprodurre, e non ridare, e per non disperarsi troppo di questa sua incapacità ha cominciato inaspettatamente a vivere in modo intenzionale. Ha pubblicato qualche cosa sparsa, ma si dice una pentita della carta stampata. Il resto è ancora da scrivere.

Breve analisi:

È cresciuta Federica, me ne accorgo io che la leggo già da un po’, la sua scrittura si apre come un bocciolo ad una voglia di cambiamento, ad un’ulteriore prova di maturità. L’autrice si spoglia completamente di ogni machiavellica resistenza e decide di spalancare le porte del cuore per donare ogni sfaccettatura dell’amore, anche le sue frivolezze, anche quelle cose che spesso teniamo per noi e che ci fanno sentire “sciocchi”; nella più dolce delle semplicità parla prima di tutto a sé stessa, si analizza, si scopre femmina, paradossalmente forte delle continue contraddizioni:

vorrei portarti a braccio

oggi all’amore, regalarti

le sue banalità – i “sempre”,

i “mai”, la tua bellezza

la poetessa appare pronta a donare tutto, a non pretendere che non sia conoscenza quello sguardo che sai cosa vuol dire, quella carezza che ha tutta una storia dentro, fino alla chiusa fortemente spirituale e dal sapore –senza tempo- :

su di me come il piede

di un Cristo sopra l’acqua

a imbere l’aria di mistero

 

versi che non possono non catturare ogni sensibilità, nel loro essere così palpabili, poiché non c’è niente di più bello che vedere e sentire ciò che ci fa star bene. E siamo capaci di immaginare stazioni e sfingi e sguardi immaginifici – potenti:

e i tuoi occhi si cambiano in effluvi

di stazione – stanno fermi eppure sono

mille storie da transitare senza incroci

 

fortemente passionale, in alcuni punti, l’autrice riesce a rievocare sensualità e impotenza dinnanzi a quella che sembra essere una calamita in carne e ossa, un punto di arrivo certo, dal quale è decisamente impossibile allontanarsi, come una storia che ha un denominatore comune e che ogni volta raccontata è diversa, “ i millenni in un attimo- quello sguardo che muta in ciò che non contiene”, la dinamicità delle immagini rende il senso dell’evoluzione di un sentimento che molto spesso pare recare poesia ai nostri occhi, semplicemente perché è quello che ci piace vedere. D’altra parte, questo apparente rapporto a due, potrebbe celare un altro tipo di discorso, più letterale e magari indirizzarsi alle stesse parole, quelle scritte e non, che in qualche modo ci segnano, raccontano, ricordano, resistono.

L’autrice, nei giri frequenti di mente e cuore, invoca il tempo che passa incurante e lascia segni tutt’intorno, dentro e fuori noi. E allo stesso tempo chiede anche a quel tu onnipresente, se la conosce sul serio, se crede che non si possa semplicemente essere, se tutti i grovigli interiori che inevitabilmente si manifestano a pelle possano costituire una parte fascinosa di sé:

chissà se le senti sul mio corpo

sparse le intemperie di un giorno

a venire, se le baci come le rovine

di un tempio non ancora eretto

in modo pretenzioso, accelera il tempo ed immagina ciò che sarà e chiede quel tepore che leverebbe indugi a quel –poi- che tanto male fa alla bellezza, alle certezze che ci portano in braccio come giganti buoni e pazienti. Le più grandi paure si annidano sotto le unghie e fanno tremare le mani, in un pensiero mancato, un dubbio “certo” che non sembra frenare davanti a nulla, ma anzi si ciba di mezze parole e atteggiamenti equivoci.

e mi ami come fossi lo splendore                 

di un Impero senza tempo, cartolina

senza ruga e calcinacci, una magia

tutto lo spazio evidente fra i versi è il non detto, il detto in maniera più debole, il sentito non in grado di riportare l’immenso, la sorpresa, appunto magia che vorremmo -disperatamente- essere agli/negli occhi di chi amiamo.

f.c.

Un pensiero riguardo “Federica Volpe

  1. “Le più grandi paure si annidano sotto le unghie e fanno tremare le mani, in un pensiero mancato”… poesia sulla poesia.
    Grazie di quest’analisi, Fra!
    Gli occhi degli altri sono sempre preziosi per capirsi un pezzetto in più.
    bacio
    Fede

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