Chiara De Luca

*

L’attesa in stazione serve a studiarsi
con cura ottusa le mani scordate
per mesi dentro ai polsini
a scoprirle graffiate e smarrite da tutto
il pianto che non hanno raccolto nel tempo
che ha ingiunto di essere fermo
Anche ieri ho appeso al muro un orologio
caricato tutti quelli da polso
spolverato il calendario perpetuo
ornato di fiori che avevo incartato
L’attesa in stazione serve a sentire
che si può essere ancora più soli

*

Nei mattini tersi di un’estate anticipata
ti guardo dall’inverno teso dei tuoi sensi
mescere caffè col miele immaginario
nel cucchiaio che tintinna contro le pareti
della tazza sollevata come un calice
a tenere le reliquie poche dell’attesa
E tacciono le nostre voci all’improvviso
assorbite nella nenia delle auto sulla strada
ogni volta che t’incontro e accolgo nell’arsura
mentre dondolo sul ciglio della sedia e mi domando
chi ha vuotato la tua solitudine per stare
nell’equilibrio reso tra vertigine e silenzio
senz’avere nulla tra le mani per colmarla

*

a d

Si doveva arrivare alla combustione
per scoprire la profondità delle radici
dell’incendio abissale nella terra
dissestata del tuo cuore in slancio
d’arieti ardenti contro il ventre
gonfio di un cielo sempre pronto
a spalancare gli arti per cadere,
svellere da quest’inutile sostare.
E non l’incandescenza di lacrime
mantice sui resti della tua solitudine
spenta quasi ormai nel mattino.
Ho dovuto farmi ceppo, scintilla
originaria, buio in cui appiccarmi,
per parlarti dal nucleo che spaventa
fuori e non protegge dove mangia
ogni giorno il fuoco e non consuma
e sempre nel nostro mancarci accomuna

Breve analisi:

quando ci si accosta alla poesia di Chiara De Luca è piuttosto semplice lasciarsi trasportare dai suoi versi che hanno un dire così confidenziale e allo stesso tempo seguono logiche personali, quasi ad arrovellare fegato e cuore per giungere alla chiusa, traguardo di notevole sofferenza e solitudine. Ed è proprio la solitudine a braccetto con l’attesa a farla da padrone in questi testi inediti concessi, gentilmente, dall’autrice.

Colui che indugia in una stazione possiede quel dolore tipico di chi –solo- si ferma a pensare e scopre ferite ignorate a lungo, che indelebili, lasciano strascichi nella memoria e nel corpo. Quelle mani che fintamente fabbricano i giorni, così laboriose con le cose ordinarie, così ansiose nel  riparare, toccare, sistemare; le stesse mani che si scoprono “inutili” quando non c’è nulla da fare se non aspettare:

 

le mani scordate
per mesi dentro ai polsini
a scoprirle graffiate e smarrite da tutto
il pianto che non hanno raccolto nel tempo

 

e come dice l’autrice la ricerca è ottusa. Qual è il motivo?

Perché quando si tratta di ammettere siamo così lenti, quasi a sfiorare la stupidità? Perché non riusciamo a cogliere altro in quelle mani se non scoprirle graffiate e smarrite?

Abbiamo idea del male che possa celarsi dietro l’apparenza di poter gestire il tempo? Senza poi davvero capire di esserne surclassati. Quel tempo che ci scopre soli, proprio quando crediamo di aver trovato la soluzione o almeno carpito l’origine tintinna ore interminabili e guardarsi scarpe consunte può fare la storia. Una storia che ci può stare stretta, che non sentiamo nostra, che forse pensiamo di non averla scelta, eppure esiste, eppure ci ritroviamo un giorno alla stazione e i pensieri ci rapiscono, i gesti minuziosi acquistano significato nei ricordi e non ci sono mani amiche nel guardare occhi che sfuggono da treni in corsa.

Il secondo testo appare quadro in movimento, una scena intima inchiodata alla mente, richiamata dai sensi, dalla nostalgia, dalla paura. Ed ecco che gli odori, i gesti quotidiani assumono molteplici interpretazioni, così le reminescenze agli occhi di chi le ascolta. Sono le stesse parole eppure potrebbero raccontare la storia di un vecchio e il suo ospizio, di una madre e il silenzio di un figlio,  di una progenie senza più padre, di una donna coi suoi ricordi d’amore, di un uomo senza più carezze:

mentre dondolo sul ciglio della sedia e mi domando
chi ha vuotato la tua solitudine per stare
nell’equilibrio reso tra vertigine e silenzio
senz’avere nulla tra le mani per colmarla

abbiamo sinonimi sufficienti a spiegare  l’amor perduto? Siamo in grado di tracciare fili sospesi capaci di alleviare quel senso di abbandono, di isolamento volontario o meno che ci costringe, che ci prende e ferma agli angoli di mattini tersi di un’estate anticipata? Perché ogni volta che t’incontro e accolgo nell’arsura tutto il male ritorna indomito, l’orgoglio si fa pietra di una strada invisibile e così tacciono le nostre voci all’improvviso.

Il terzo testo è un’esplosione in termini, in sentimenti, in sensazioni, in pensieri, in conclusioni. È decisamente più difficile addentrasi in questo accumulo di ceneri, di fuochi appiccati da noi stessi, in noi stessi e scoprirsi inermi dinanzi all’assenza. Le dichiarazioni sussurrate, a malapena ammesse non sono neanche minimamente annoverate fra questi versi, qui l’ammissione è violenta, aggressiva, sconvolgente, abissale, scende fin dentro gli inferi e trasuda dolore in ogni movimento-azione che si trasforma inevitabilmente e condiziona e tuona più di ultimatum gridato al vento.

La poesia di Chiara non può lasciare indifferente neanche il lettore più distratto, ogni a capo racconta un pezzo di vita dell’autrice, ogni spazio un ricordo e ritrovarsi fra i suoi versi sono la prova evidente di una particolare empatia che può venire a crearsi, che la poesia non è morta, che la strada è sì in salita, ma il secondo millennio può avere tanto da dire, scoprire, tramandare.

f.c.

 .

.

Bio:

909297_10200855315084614_15318146_nChiara De Luca corre quindici chilometri al giorno, scrive poesia, narrativa, saggistica e per il teatro. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, olandese. Ha pubblicato con Fara i romanzi La Collezionista (2005) e La mina (stra)vagante (2006), con Perdisa la pièce teatrale Duetti, con Kolibris le raccolte poetiche La corolla del ricordo” (2009, 2010), finalista al Premio Astrolabio 2010, edita anche in versione bilingue italiano-inglese, con traduzione a fronte di Eileen Sullivan (The Corolla of Memory, 2009), e Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2009 (2010, 2011), segnalata al Premio Montano 2011 e IV classificata al Premio nazionale Albero Andronico 2012, sez. libro edito. In preparazione il libro di foto e poesie La somma di ogni ritorno, con la prefazione di Giancarlo Pontiggia, la raccolta di saggi A margine dei versi e la raccolta poetica Sulla carta bianca dei giorni, che è stata segnalata al Premio Sandro Penna 2010, sez. raccolta inedita, e ha ricevuto la menzione d’onore al Premio Montano 2011 sez. raccolta inedita.

Ha tradotto volumi di poesia di John Barnie, Thomas Beller, Pat Boran, Eva Bourke, Jorge Carrera Andrade, John F. Deane, Patrick Deeley, Guy Goffette, Dominique Grandmont, Nigel Jenkins, Thomas Kinsella, Nuno Júdice, Werner Lambersy, Philip McDonagh, Colette Nys-Mazure, Peggy O’Brien, Sabina Naef, Gerard Smyth, Gray Sutherland, Grace Wells, Anne Wigley, Liliane Wouters, Enda Wyley…

Si è occupata di critica di poesia italiana e straniera su riviste e siti letterari. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009).
Con Matteo Bianchi gestisce il sito Italian Contemporary Poets, che ospita le opere di circa 150 poeti contemporanei (http://italianpoets.wordpress.com/).

Ha fondato e dirige le Edizioni Kolibris.

Il suo sito personale è http://www.chiaradeluca.it

f.c.

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