Paola Lovisolo

perché hai dato l’allarme? perchè hai detto che sono io il diavolo?
anche in questa poesia sorrido
le prodighe osanne a te stesso
il tuo fare la guerra con armi deserte per deserti a porte chiuse
invece di lasciare che la ruota canti allegra sotto il carrozzone

il dilaniare certezze su quel terreno che pareva a ragione
sicuro.

***

gli dei ci fermano a caso[…]

piccoli ibridi le rosicate perversioni.
i solletichi degustano, lasciandoci imbrogliati.
tele chiuse le oscurità che in qualche altra idea di lusso
– altri suicidi,
cercano dio-cristo rinsavito
in qualche altro modo contano di tornarci qui
deposte in tranquille curve

***
[…]

che a queste macerie fa l’ eco il ciottare del glicine sfiorito
sul mio cuore. ora attendo il fabbro e la sua gola ostetrica
fitta di foglie come un laboratorio che plico su -[p] – plico –
Dio

 

Paola Lovisolo

Breve analisi:

Ho letto Paola e ho chiesto dell’acqua come solo un assetato riesce a fare, eppure la sua poesia è un fiume in piena, che non conosce ostacoli e sgorga – a tratti – quasi violenta; ma l’acqua è lì, né ti sommerge, né si ritira. È come se la rassegnazione sostasse perenne nella stanza delle domande con un gusto retorico e Paola sbatte il muso su queste pareti in una vita che è ferma nei quadri, nelle atmosfere confuse, nei deserti, nelle macerie; lo scenario ha sempre i contorni della distruzione, auto-distruzione, dello “sciupato”/ormai perso.

È percepibile nel primo testo un capovolgimento di ruoli: “chi è il diavolo?” “perché io?” “perché non tu?” come una sorta di giustificazione – fra di noi, non sono io ad essere il cattivo – tu che inizi una guerra da solo, con armi invisibili, fra fantasmi e non lasci “cantare allegra la ruota sotto il carrozzone”, come se percorrere le distanze avesse adesso un sapore amaro, arido, laddove le certezze non ci sono più o forse non ci sono mai state, i perimetri sembrano dissanguarsi nella consapevolezza di uno spazio conquistato dal nemico e probabilmente costruito ad arte da lui stesso.

Più difficile entrare nel secondo testo che sposta idee, luoghi, odori e umori in pochissime righe. “Gli dei ci fermano a caso […]” tutto detto in una frase, tutto detto e non detto in punti sospensivi fra parentesi, in un incipit che dentro già anticipa l’imbroglio di carne e sensi. È il compiuto/non compiuto che ancora una volta solletica “le rosicate perversioni”, l’ora-qui sembra non avere valenza se poi “si torna sempre allo stesso posto”, magari solo in altri modi e comunque apparentemente stabili in “curve tranquille”.

Nell’ultimo brevissimo ed intenso testo è oltremodo percepibile la volontà di Paola di esprimere i suoi tormenti, come vulcano pronto ad eruttare lava incandescente e più che parafrasare ogni rigo, la parola nasce da lei e ritorna a lei in un gioco inquietante e disfattista.

La poesia di Paola rifiuta il verso corto, probabilmente incapace di raccogliere e restituire le sue effusioni, a volte, così devastanti. Auspica una libertà di espressione nella forma e nel contenuto ben percepibile e pretende di essere letta con la dovuta concentrazione; la sua poesia, infatti, mi piace paragonarla ad una sorta di sommergibile. L’autrice rastrella ogni parte di sé, quasi palmo a palmo e talora fra iceberg o semplici scogli, in acque dolci o salate, oscure o limpide, sfiorata o meno dai suoi abitanti, precipita poi affiora e il paesaggio cambia, inevitabilmente.

f. c.

Nota biografica:

nata per posteri abortiti non ho mai smesso di scrivere lettere agli oggetti.

20 pensieri riguardo “Paola Lovisolo

  1. sto imparando a leggere Paola
    prima ho dovuto spogliarmi (e lo sto facendo) di un sacchetto di memoria…
    vi è sale nelle tasche dei suoi versi e bruciano spesso i fiori e i nidi ma il soffio cambia, gira e porta “da e attraverso”

    grazie
    elina

  2. dovrei di certo dire molto di più ma, oggi sono assai silenziosa.
    questa poesia si addice alla mia giornata e per questo mi ha rovistato dentro.
    complimenti Paola e brava Francesca (ottima scelta per cominciare un blog!)

  3. mi permetto di ringraziare prima le tue ospiti, Francesca:

    @ Elina
    mi affascina l’ immagine dello spogliarti di un sacchetto di memoria a arrotondare di spazio l’ 2incavo. il porsi senza altro. una bellissima immagine in cui mi sento accolta e faccio mia”.
    il fuoco brucia e distrugge talvolta mi scappa di mano (a chi non scappa di mano? ) ma anche illumina le strade scalda apparenze deserte e se il lume attraversando e sciogliendo la reticenza di qualche gemma dormiente rivelandosi all’ Altro e abitandolo facendosi abitare ecco che la scrittura più che chi la scrive ha dato di sé il sé senza carichi e orpelli. ha saputo morire toccare e ri-vivere.

    @maredinotte
    hai scritto il tuo sentire dell’ immediato. non c’è cosa più viva che l’ istante. e proprio dal silenzio vengono le parole..il resto è contorno. per questo ti ringrazio per avere avuto la voglia e la pazienza di scriverlo qui.

    @ Francesca
    ho apprezzato molto – come ho già avuto modo di scriverti – la tua lettura. hai colto nel primo testo (ma per l’ analisi di tutti i testi hai usato una sensibilità rara e soprattutto senza pregiudizi quindi fresca e pura per me) una sorta di strazio strascicato il dimenarsi nella rassegnazione e della rassegnazione che da una parte necessariamente dovrebbe istruire il discanto dall’ altra si ribella a se stessa. ho visto l’ altra me e mi ha anche “spiazzato” perché è una delle molte verità o molte menzogne a cui cercavo di sottrarmi ma le cose o hanno il loro nome o non ne hanno alcuno infine: le maschere ecco la retorica può sedurre ma l’ autoseduzione diventa un peso pensato cotruito “ad arte” che so va smentito proprio per osservare da dentro il senso di avere mancato il bersaglio. il centro.

    hai scritto:

    ” ho chiesto dell’acqua come solo un assetato riesce a fare, eppure la sua poesia è un fiume in piena, che non conosce ostacoli e sgorga – a tratti – quasi violenta; ma l’acqua è lì, né ti sommerge, né si ritira.”

    la sete, sì. bere e avere sempre sete. e poi l’ immagine
    dell’ acqua sospesa come un dialogo che aspetta
    e aspetterà i dialoganti o per iniziare un discorso
    mai finito o per finire un discorso mai iniziato.
    bellissime immagini che mi fanno sentire quanto intensamente tu abbia fatto tue le “mie” parole e quanto tu abbia tentato (riuscendoci) con garbo e competenza non solo di affiancarti ma proprio di percepire l’ essenza, trovandola come io mi ri-trovo
    in questa tua analisi/lettura/conversazione ravvicinata con “me” che sono queste parole. un grazie di stima a amicizia.

    e un grazie ancora a Voi e a chi passando leggerà.
    paola

  4. coma già ho avuto modo di dirti, la tua poesia ha una lettura complessa cara Paola, abbisogna di tempo che comunque non basta mai. Allora ho provato a “sentirti” ed è la cosa che più chiedo alla scrittura, quella potenza che permette di addentrarti in sentieri che non sono tuoi, di calzare scarpe che a volte ti vanno strette, altre larghissime e poi quasi per magia, camminando, camminando si modellano ai tuoi piedi e allora sei capace di attraversare spazi e memorie, di sfiorare corde invisibili e avvertire, anche solo per pura immaginazione qualcosa, qualcuno. Io non chiedo nulla di più. Grazie a te.

  5. Leggere Paola una domenica mattina, tra la calma di un cinguettio primaverile e l’inquieto muovere dell’anima, è come trovare una vecchia lettera in soffitta e scoprirsi dentro il foglio.
    Mi fanno ricca questa ora i commenti, l’analisi… volevo ringraziarvi. Passavo leggera, in silenzio, ma poi quel primo testo non mi mollava… E continuo a sentirlo così forte, così vero.
    Dunque lascio traccia, perché trovare questo luogo oggi è stata una bella sorpresa.
    Un saluto a tutti…
    Pam

  6. @ aeroporto
    ti ringrazio per la presenza, la lettura e l’ apprezzamento per l’ analisi di Francesca, apprezzamento del quale condivido i termini appropriati e riassuntivi di quanto da me espresso precedentemente..

    @ apepam
    sono nata di domenica! proprio così. milleni fa o un millenio di quelli ancora a venire.:-) molto molto piaciuta l’ immagine di vecchia lettera in soffitta mi attira verso la cara polvere che copre attenta e poi in un passaggio leggero la lettura (tu) ecco che la polvere fa ala al tuo leggere col soffio che poi si sospende /scoprire/scoprirti appunto nella regia di più combinazioni di istanti di vita e di “poesia”
    tutto quello che leggiamo e non ci molla “è nostro” e non c’è condivisione che da distanze – straniere all’ apparenza – si faccia unica. grazie per averlo scritto qui Pamela, mi sei cara.
    grazie a Voi e a Francesca ancora rinnovo per l’ ospitalità.
    paola

    .

  7. e non è che questa la condivisione/propagazione della scrittura che da distanze – straniere all’ apparenza – si fa unica per moltiplicazioni. almeno così la sento io.
    (scusate ma mi si era mescolato tutto)
    🙂

  8. amo la poesia di Paola, di più non dico, sarebbero solo parole inutili, mi soffermo a leggere e a ringraziarvi.

    A presto

    Antonio Bux

  9. sì, sono molto contenta! 🙂
    felice per la scelta di inaugurare la sezione del salotto degli autori con Paola, soddisfatta dei riscontri, soprattutto per la condivisione: GRAZIE A VOI e naturalmente a Paola, poiché la poesia – a mio avviso- riesce ad essere tale quando lascia un’impronta!

    A rileggerci, spero!
    F.

  10. Devo dire, non avendo mai letto Paola prima che è una bella scoperta. C’è eleganza di scena e concetto, una tensione che non cede. E’ il mio genere di scrittura, lo sento vicino e mi piace molto.

  11. @ ilmezzanotte
    scusandomi per il ritardo nella risposta ti ringrazio per le parole d’ apprezzamento e per il tuo invito del quale ha fatto da tramite la gentile Francesca che saluto qui.
    a rileggerci.
    paola.

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