C’era una volta la poesia (I parte)

  • C’era una volta la poesia, sì dovrebbe essere questo il titolo di tutta quella stranezza che si aggira e poi sfolla quasi per magia nella mia mente. Una volta infatti, credevo che poesia fosse lo sfogo che animava pagine di diari sofferenti, quando fra io e me sorgeva una sorta di parentesi chiusa fra le mura casalinghe e quelle accademiche e vita era una frase scritta e letta -per caso- su qualche murales. Non mi accorgevo che la poesia vera si nascondeva fra pagine di libri comprati a caro prezzo, raccontata da insegnanti stanchi, senza passione. E imparare a memoria versi parafrasare colore ed emozione non bastava alla riflessione. Finta e con l’obbligo, quella scuola non seppe dare alcun imput alle mani, alla testa per andare oltre il senso voluto dall’autore di un libro pedante, non capì la rivoluzione atta in parole tremule e rampicanti che possono essere capaci di mantenere calma un’implosione. Così più tardi fra siti emergenti, poesia era la sopresa di parole messe in fila con l’intelletto, piuttosto che col cuore. Cercare l’abbinamento bizzarro, affidare ad immagini quello che la voce non sapeva dire, l’aggettivo strampalato, nel posto ancora più stravagante, cosicchè la poesia assumeva i contorni dell’artefatto; leggerla risultava pesante, capirla impossibile e verbi come x – files restavano attoniti nella culla, come un bimbo che non vuole nascere, come un neonato di cui non è chiaro il sesso, poesia più simile ad un cassetto chiuso a forza, e la chiave persa o forse una chiave che non sai di possedere.

    Francesca Coppola

    —to be continued—

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